Un itinerario circolare di 9 giorni in una terra contraddittoria e apparentemente innocua ma capace di sopraffare anche gli animi più duri. Un viaggio dall’emotività inaspettata e sconvolgente, immerso in una natura capace di coniugare un oceano sprezzante, un deserto trasformista e una savana rigogliosa. L’Africa è un santuario dai rituali brutali e crudeli che metterà in discussione il senso della vita che credevate di aver finalmente trovato.
Periodo: Novembre 2019
Mezzo di trasporto: 4X4
Pernottamento: Campeggio, B&B, Lodge Farm, Ostello
Nonostante sia stato molto faticoso, faremmo altre mille volte la scelta del campeggio per i nostri soggiorni namibiani. La perfetta comunione con la natura e i silenzi assoluti della notte ci hanno permesso di nutrire la nostra anima primordiale, cancellando la scomoda sovrastruttura occidentale. Per le tappe in cui i campeggi non erano applicabili abbiamo optato per altre tipologie di alloggio decisamente più comode, che ci hanno concesso piccole pause dalla natura selvaggia. Abbiamo scelto una resistente Toyota Hilux 4X4 di Savanna Car Hire per affrontare l’imprevedibilità del territorio africano, attrezzata con una tenda da tetto dalla modalità di apertura semplice e veloce (considerate che dormire in alto è un’accortezza indispensabile per proteggersi dalla fauna selvaggia e dai potenziali acquazzoni). Non dimenticate di dotare il vostro mezzo di frigorifero, doppia ruota di scorta, tavolo, sedie e lanterna da campeggio, oltre all’attrezzatura da cucina. Inoltre, considerate che il nostro autunno è il periodo ideale per affrontare un viaggio in Namibia se volete evitare la stagione delle piogge e le brusche escursioni termiche.
Durante i viaggi in Africa non bisogna mai dimenticare che si sta affrontando una terra piena di pericoli. Tante sono le precauzioni da non sottovalutare, dalla profilassi antimalarica all’obbligo di viaggiare solo durante le ore diurne. Per la profilassi antimalarica consigliamo il Malarone, che garantisce effetti collaterali minimi e prevede una somministrazione limitata nel tempo. Anche se sottoposti a profilassi, proteggersi dalle zanzare con un repellente specifico ad alto spettro è indispensabile, soprattutto all’alba e al tramonto. Tra i vaccini non obbligatori non possiamo non consigliarvi quelli per tifo ed epatite A, per evitare inutili inconvenienti che possano rovinare il viaggio.
Se volete affrontare un viaggio come il nostro, nella vostra valigia (o nel vostro zaino, a voi la scelta) non possono mancare: un bel cappello a tesa larga, una buona protezione solare, un repellente ad alto spettro, un costume da bagno, un binocolo, una mappa stradale (noi abbiamo scelto la International Travel Maps) e scarpe da trekking comode e fresche.
Se volete rimanere connessi con i vostri familiari o avere una copertura internet affidabile per buona parte del viaggio, il nostro consiglio è di acquistare, già in aeroporto, una scheda telefonica locale, che vi permetterà di abbattere notevolmente i costi. Tuttavia, nelle zone più remote, anche la connessione locale può risultare limitata e non è possibile escludere periodi di mancanza di copertura.

Accompagnate il vostro viaggio con “Vado verso il Capo” di Sergio Ramazzotti. Il racconto di un itinerario estremo e disturbante vi condurrà attraverso le terre più controverse d’Africa, offrendovi in sacrificio la vita di un’umanità dimenticata e derelitta, immersa in uno scenario socio-politico sconvolgente.
Leggete il diario di viaggio sulle note di Jackson Kaujeua.
“The Wind of change” e “Africa” vi regaleranno una ventata di positività rigenerante.
GIORNO 1 Adattamento Windhoek -> Sesriem – 280 km
Dopo un volo lungo e stremante, ad attenderci sulla pista di atterraggio c’è una fila lunghissima di steward e hostess di terra che ci indicano la direzione per l’edificio dove ci verranno controllati e convalidati i passaporti. Giusto il tempo di adattarci alla nuova temperatura, comprare la scheda telefonica locale e prelevare la giusta quantità di dollari namibiani, che veniamo richiamati dall’autista della Savanna Car Hire, incaricato di portarci a Windhoek a ritirare il nostro mezzo. Appena usciti dal parcheggio dell’aeroporto veniamo letteralmente catapultati in una nuova dimensione, dai colori e dal paesaggio inconfondibili. A bordo strada cominciano a comparire i primi facoceri e la prima vegetazione endemica e capiamo subito che stiamo per cominciare un viaggio che ci cambierà letteralmente. Le pratiche per il ritiro del veicolo si rivelano più lunghe del previsto, quindi dopo aver fatto il pieno di cibo, legna per il barbecue e acqua, tanta acqua, partiamo a tutta velocità verso la prima meta, Sesriem, intenzionati ad arrivare prima del tramonto. Il viaggio è lungo ed esasperante, con tratti di sterrato abbastanza impegnativi, ma mai solitario vista la compagnia degli orici con la loro andatura elegante e orgogliosa. La Weltevrede Guest Farm, la nostra destinazione, è una vera e propria oasi nel deserto del Namib, con le sue piazzole spoglie ma aperte su un panorama da sogno. La prima serata, accompagnata dallo starnazzare di una specie di galline non ben identificata, risulta abbastanza difficoltosa e goffa dato il poco a tempo a disposizione prima del tramonto per organizzare e sistemare le nostre cose. Anche se la prima notte di buio assoluto ci spaventa un po’, riusciamo ad addormentarci facilmente, scombussolati dal lungo viaggio ma con ancora negli occhi la bellezza dello Spreetshoogte Pass.



GIORNO 2 L’anima del deserto Sesriem – 170 km
Dopo la nostra prima traumatica sveglia all’alba, indispensabile per poter sfruttare al massimo le giornate non lunghissime e godere delle escursioni durante le ore meno calde, in compagnia di struzzi più neri della pece, ci dirigiamo verso il Parco nazionale di Namib-Naukluft. La vista che ci offre la strada è rovente e si perde in un orizzonte senza fine. Ci sentiamo parte di una realtà camuffata e surreale, con la sabbia bruciata dal sole che traballa alla vista e gli alberi solitari a fare da contrasto. Via via che procediamo le dune cominciano a fare capolino in tutta la loro morbidezza, con il loro inconfondibile colore aranciato che si sposa angelicamente con il celeste intenso del cielo. Il profilo della Duna 45, disegnato dal sole, cattura letteralmente il nostro sguardo e ci fa desiderare di rimanere per sempre lì ad ammirarlo, ma solo perché non sappiamo che spetterà a Deadvlei il compito di stregarci. Dopo esserci registrati all’ingresso del parco e aver usufruito della navetta per raggiungere il sito, camminiamo per la prima volta in pieno deserto, senza sapere in che direzione si trovi la nostra destinazione, facendo una delle esperienze più catartiche della nostra vita. Nel deserto si perde il senso dell’orientamento e delle proporzioni e il suo fascino estremo fa a malapena ricordare che esiste un altro mondo e un’altra vita al di fuori di lui. E improvvisamente capisci perché esistano uomini disposti a morire per quella infinita distesa di sabbia morbida e cosa possa spingerli a farlo. Dopo una camminata che sembra infinita, finalmente giungiamo in uno dei luoghi più spettacolari della terra, una depressione di sabbia bianchissima disseminata di alberi morti di acacia. E’ difficile descrivere l’incanto e la suggestione che evoca questo posto ai margini del mondo, una antica oasi di pace devitalizzata dalla corsa inarrestabile del deserto. Dopo numerosi attacchi di horror vacui sui crinali del Big Daddy, ci rilassiamo nella pace di Sossusvlei.



Dopo aver avvistato un branco di gnu e aver esplorato il Sesriem Canyon, ripartiamo alla volta del Sesriem Oshana Campsite. Il nostro nuovo alloggio, caratterizzato da piazzole ombreggiate con servizi privati, ai margini di un lodge di lusso, è stato sicuramente tra i campeggi più sorprendenti del viaggio. Ci gustiamo una bella grigliata di carne corredata da un meraviglioso tramonto sul deserto per poi ammirare l’indimenticabile cielo stellato africano, visto il basso inquinamento luminoso. Ci corichiamo cercando di imprimere in modo indelebile tutte le emozione vissute in questa giornata meravigliosa.
GIORNO 3 Solitudine Sesriem -> Walvis Bay – 300 km
Dopo aver ispezionato accuratamente le impronte che affollano la nostra piazzola e aver constatato che un piccolo sciacallo ci ha fatto visita nella notte, ci lasciamo alle spalle un paesaggio nebbioso sorvolato da una coloratissima mongolfiera, desiderosi di raggiungere la nostra prossima meta, l’Oceano Atlantico. Lungo la strada facciamo il nostro primo incontro ravvicinato con un incantevole e curioso branco di zebre, che scalano immediatamente la nostra classifica degli animali più affascinanti d’Africa, dando filo da torcere all’orice. Non possiamo farci mancare una breve sosta a Solitaire, per un essenziale rifornimento di carburante e un miserabile peccato di gola alla bakery più famosa del deserto. Solitaire è un piccolo insediamento dimenticato da Dio nel bel mezzo del deserto più inospitale, che ti catapulta immediatamente in un’atmosfera western da oscar. Prima di ripartire girovaghiamo tra i cadaveri di auto d’epoca abbandonati, giochiamo con gli scoiattoli del deserto e sbirciamo la lavagnetta delle piogge che non segna una quantità consistente di acqua da ben 3 anni! Durante il tragitto facciamo le foto di rito davanti al cartello che segnala la linea immaginaria del Tropico del Capricorno e godiamo con gratitudine di questo posto surreale che ci ricorda quanto siamo lontani dal mondo occidentale.


Prendiamo confidenza con i “diavoli di sabbia”, che saranno soltanto un preludio della vera e propria tempesta di sabbia che ci accoglierà all’ingresso di Walvis Bay. Sarà il caldo soffocante, ma le strade sono completamente deserte e sembra di essere arrivati in una inquietante città fantasma. Le uniche anime che incontriamo sono un paio di bambini che fanno il bagno nelle gelide acque atlantiche e un coloratissimo stormo di fenicotteri rosa. Ci sistemiamo al delizioso 1932 House Bed & Breakfast, che ci accoglie con un rassicurante stile europeo e una rilassante corte interna, e ceniamo in uno dei ristorantini lungo mare alla fine di Atlantic Street.
GIORNO 4 Indelebile Walvis Bay -> Spitzkoppe – 200km
Sveglia all’alba per incontrare il gruppo con cui condivideremo una delle escursioni più indelebili del viaggio, organizzata da Mola Mola Safaris. Su degli esperti 4X4 partiamo alle volte dell’area desertica più impenetrabile del paese, accompagnati nel primo tratto di strada da pellicani e fenicotteri, con saline paradisiache sullo sfondo. Via via che proseguiamo la natura si fa sempre più selvaggia e dimenticata e l’oceano si apre in tutta la sua maestosità. Dopo aver constatato lo stato di salute di una otaria solitaria sul bagnasciuga, ci addentriamo nel deserto che da pista battuta diventa un susseguirsi di morbide dune che cavalchiamo in una danza elegante. Affrontiamo salite e discese adrenaliniche per poi approdare alla metà più ambita, Sandwich Harbour. Affacciarsi da dune altissime che precipitano direttamente nell’oceano da la sensazione di aver raggiunto il tetto del mondo e infonde un senso di libertà che annebbia la vista e toglie il fiato. Prima di ripartire le guide ci offrono un pic-nic in mezzo alle dune con prelibatezze locali impossibili da identificare permettendo all’alcolemia, complici il caldo e l’adrenalina, di salire rapidamente. Sulla strada del ritorno incontriamo sciacalli e springbok solitari dei quali non riusciamo a intuire la strategia di sopravvivenza. Scendere dall’auto ci riporta alla realtà e innesca un meccanismo di astinenza da euforia che difficilmente riusciremo a superare.



E’ già ora di ripartire e, dopo aver costeggiato le baraccopoli subito fuori dalla città e aver scorto le residenze dei bianchi circondate da alti cancelli elettrificati e filo spinato, capiamo che stiamo abbandonando le zone più turistiche del paese per addentrarci nell’Africa vera, quella che ci avrebbe fatto male. Superiamo la trafficata Swakopmund, districandoci a fatica tra cantieri e viabilità temporanea, e imbocchiamo la lunga e rettilinea B2. Facciamo rifornimento nel supermercato di un villaggio senza nome dove ci rendiamo conto ben presto di essere gli unici bianchi. Riempiamo il nostro carrello tra la curiosità e la sorpresa degli avventori, rifiutiamo categoricamente l’invito a saltare la fila alla cassa, ci indigniamo per non aver subito la riconciliazione tra scontrino e contenuto delle buste come gli altri e doniamo con gioia parte della nostra spesa alle due persone che ci accolgono sorridenti alla macchina. La cultura occidentale ci rende ancora ciechi e incapaci di percepire con chiarezza la situazione di profonda disuguaglianza sociale che ci circonda e che non potrà fare altro che inasprirsi con il proseguire del viaggio. Lasciamo una tanica d’acqua a un poveretto che cammina solitario sotto il sole cocente e imbocchiamo lo sterrato polveroso che si dirige verso il grandioso massiccio di Spitzkoppe.


Ci accoglie uno Spitzkoppe Campsite dimenticato da Dio, con pochissimi ospiti e dei servizi decisamente scarsi. Scegliamo la nostra piazzola con vista preferita e, dopo aver esplorato gli aridi dintorni di questo luogo preistorico e primordiale, ci godiamo un buon barbecue al tramonto. Il sole basso colora il massiccio di un arancio infuocato e quando gli ultimi barlumi di luce scompaiono dietro la valle ammiriamo il cielo stellato più ambizioso mai visto. Per la prima volta ci sentiamo davvero terrorizzati all’idea di essere lontani anni luce dalla civiltà, in balia di un mondo imprevedibile che non conosciamo. Ringraziamo la divinità che ha permesso alla nostra lanterna di scaricarsi, permettendoci di sperimentare l’incredibile luminosità della luna, capace di delineare i contorni anche nel buio più spettrale.
GIORNO 5 Preistoria Spitzkoppe -> Twyfelfontein – 250 km
Ci svegliamo alla luce di un’alba dai colori sgargianti e sentiamo una stretta al cuore all’idea di lasciare questo luogo che ci è entrato sottopelle. La nostra prossima meta sono le pitture rupestri del massiccio del Brandberg, circondate dal territorio più arido e meno ombreggiato mai visto. Alla biglietteria del sito ci accoglie la sorridente guida Damara che ci scorterà alle pitture e che ci consiglia di affrontare il lungo percorso con una tanica intera di acqua. Ci addentriamo nel massiccio sotto un sole impietoso e respirando un’aria soffocante, circondati da alberi senza vita e cime maestose. Il tempo della camminata scorre velocemente grazie agli aneddoti della nostra giovane guida che ci tempesta di domande e cerca di insegnarci, senza successo, la lingua Damara con i suoi schiocchi inconfondibili. L’incontro con le pitture della White Lady si rivela emozionante e sconvolgente allo stesso tempo. Pensare che in tempi preistorici i nostri antenati possano aver concepito qualcosa di così elegante ed evoluto in termini formativi, rende piccoli e insulsi. Una volta rientrati all’ingresso ci meravigliamo di essere sopravvissuti ad una prova fisica così stremante e decidiamo di condividere il nostro pranzo con le altre guide del sito, visibilmente affamate. I loro occhi brillanti e la loro curiosità nei nostri confronti ci riempie di sconforto e ci ricorda quanto siamo immeritatamente fortunati. Questi ragazzi così giovani, nonostante siano costretti a lavorare in condizioni disumane e a vivere in baracche più o meno dignitose in mezzo a uno dei territori più inospitali della terra, sanno cosa significa essere grati e quanto sia importante vivere la vita col sorriso sulle labbra, sempre. Una delle lezioni di vita più indelebili che l’Africa riesce a regalare.


Approdiamo al delizioso Mowani Campsite, in pieno Damaraland, dove condividiamo l’aperitivo con una variegata popolazione di uccelli curiosi, dai colori sgargianti. Dopo aver assunto la prima dose di Malarone e aver constatato che il nostro corpo è in grado di tollerarla piuttosto bene, ci godiamo la vista incredibile, delusi dal non aver avvistato neanche un elefante del deserto. Ci addormentiamo consapevoli di essere totalmente dipendenti dallo straordinario cielo d’Africa.
GIORNO 6 Anima Damara Twyfelfontein -> Kamanjab – 280 km
La mattinata di oggi è dedicata alla scoperta delle incisioni rupestri della valle di Twyfelfontein. Un’escursione decisamente meno stremante di quella del giorno precedente ci conduce ad un sito dalla grazia sorprendente, dove ci divertiamo a scovare leoni, giraffe, rinoceronti, zebre, elefanti e impronte dalle forme più disparate e caricaturali. E’ incredibile come una roccia possa diventare una lavagna capace di educare in modo semplice e intuitivo le future generazioni o fungere da luogo rituale. Facciamo una breve sosta alle Organ Pipes per poi metterci in marcia per la Petrified Forest. Dopo aver ammirato l’eleganza della Welwitschia, la pianta più longeva d’Africa, ci lasciamo conquistare dall’assurda storia degli alberi fossili di questa antica valle che hanno subito, a causa dei cambiamenti climatici, un processo di pietrificazione per mineralizzazione. I dintorni sono spettrali e roventi e i racconti della guida fanno concorrenza alla mitologia più fantasiosa. Abbandoniamo con frustrazione la splendida regione del popolo Damara, pronti per scoprire le meraviglie della savana. Attenti alle complicate istruzioni inviateci dalla fattoria che ci ospiterà per la notte, ci introduciamo in numerosi territori privati di caccia, terrorizzati dalla continua sensazione di aver sbagliato strada. Quando meno ce lo aspettiamo, veniamo accostati da una famiglia di splendide giraffe, che ammiriamo per la prima volta e di cui ci innamoriamo all’istante. Basteranno pochi secondi per far scalare a questi slanciati animali la nostra classifica degli animali più affascinanti d’Africa, sovrastando zebre e orici.



Farm Robyn è una splendida oasi di pace, immersa in una natura rigogliosa e ancestrale e gestita da una proprietaria europea ospitale e accattivante. Non appena scopriamo di essere gli unici ospiti della struttura, il limite tra viaggio intrepido e luna di miele si assottiglia pericolosamente. Giusto il tempo di un tuffo in piscina, un fresco drink sotto il sole, una rassettata all’aspetto ormai trascurato da giorni e siamo pronti per una romantica cena al tramonto, a lume di candela. Rimaniamo interdetti dal trattamento che la proprietaria riserva ai dipendenti locali e un po’ straniti alla notizia che il nostro spezzatino rappresenti il trofeo della sua battuta di caccia giornaliera. Fuggiamo dalla cena stanchi delle continue ed esclusive attenzioni del personale che non si addice decisamente alla nostra filosofia di viaggio. Dormiamo sogni tranquilli nonostante i ruggiti dei leoni in lontananza.
GIORNO 7 Santuario Kamanjab -> Etosha park – 230 km
Decidiamo di approfittare della colazione per conversare con la proprietaria e capire meglio la situazione in cui siamo stati catapultati. Apprendiamo la profonda crisi che il territorio sta affrontando a causa del lungo periodo di siccità, con galline che non fanno più uova e mucche che non fanno più latte, e dei ripetuti attacchi dei leoni, che a quanto pare la notte precedente non erano così lontani come credevamo. Decidiamo di complimentarci per il servizio della giovane cameriera della sera prima, che non era stata ben trattata per alcuni comportamenti, e la conversazione finisce per spostarsi sul rapporto contraddittorio e poco inclusivo tra coloni e locali. Nonostante le affermazioni discriminatorie che siamo costretti ad ascoltare, decidiamo di stare al nostro posto, cercando di portare il nostro punto di vista con garbo, consapevoli di non poter far niente, in quel momento, per una situazione che solo il tempo e l’evoluzione sociale potranno cambiare. Ancora oggi ci chiediamo se la nostra vita potrà essere mai messa a servizio, in qualsiasi modo, di questo cambiamento, affinché avvenga il prima possibile. Lasciamo l’assurdo luogo che ci ha coccolato alle volte di un’altra ambita meta del viaggio, il santuario della natura dell’Etosha. Accediamo dal Galton Gate, dove sbrighiamo le procedure d’ingresso, per poi inoltrarci in quel mondo primordiale dove le leggi dell’uomo sono sconosciute e inefficaci. Vaghiamo rapiti alla ricerca delle poche pozze d’acqua presenti per poi lasciarci cullare dai lunghi periodi di attesa che precedono l’adrenalinico momento di meraviglia scatenato dall’arrivo dei branchi. Osservare gli animali indisturbati nel loro contesto naturale purifica da tutti i mali del nostro tempo, come l’ansia, l’irrequietezza, l’impazienza, ed è sicuramente più efficacie di qualsiasi seduta psicanalitica. All’osservatorio di Olifantsrus facciamo il nostro primo incontro, molto ravvicinato, con i giganti d’africa. La maestosità e la dignità di questi splendidi animali ci conquistano e ci costringono ad ammirarli per più di un’ora. Dobbiamo fare uno sforzo immenso per ripartire salutando i piccoli che giocano col fango, così da poter raggiungere entro il tramonto l’Okaukuejo camping.



A primo impatto il campeggio non ci soddisfa particolarmente essendo molto turistico e affollato, con le piazzole troppo ravvicinate per potersi godere un po’ di tranquillità. Cambiamo subito idea quando scopriamo la pozza, godibile anche in notturna, ai margini del campo. Basta prendere posto sulle sedute e restare in attesa per godersi il rigenerante spettacolo della natura. Siamo indecisi se provare fastidio o gratitudine nel momento in cui un tremendo acquazzone colpisce il campeggio, dopo anni di siccità.
GIORNO 8 Re Leone Etosha park – 200 km
La seconda giornata di safari si apre con l’avvistamento di una leonessa sdraiata al sole e branchi di kudu scacciati da iene affamate, con gli splendidi paesaggi che incontriamo addentrandoci nelle piste malamente segnalate a fare da sfondo. Ogni incontro con il mondo animale è pura meraviglia e stupore e riesce sempre a coglierci impreparati. Notiamo un gruppo di auto ferme in mezzo alla pista e un animale solitario in lontananza che si avvicina dondolando. La gioia di scoprire che si tratta di un leone è semplicemente incontenibile. Con la sua grazia regale e il suo carisma prorompente attraversa la distesa erbosa bruciata dal sole per poi oltrepassare la strada con indifferenza e non curanza e sparire alla vista. Lo spettacolo naturale più straordinario di tutto il viaggio. Costeggiamo il paesaggio paradisiaco dell‘Etosha pan in direzione del Namutoni camping, e, dopo esserci fermati ad un’area di sosta per usufruire dei servizi, apprendiamo con amarezza di aver bucato. Dopo aver imprecato a lungo, ma con eleganza, riusciamo a sostituire la ruota con la scorta che abbiamo a disposizione senza farci divorare da qualche predatore, anche grazie all’aiuto di altri viaggiatori impietositi.



Il campeggio ci soddisfa molto più del precedente, con piazzole ampie e ariose e servizi decisamente più curati. Anche Namutoni gode di una pozza con osservatorio panoramico che però si dimostra, nostro malgrado, poco frequentata. La serata è allietata da una brezza leggera e da una piacevole chiacchierata col guardiano del campo al quale doniamo il cibo che non consumeremo entro la fine del viaggio.
GIORNO 9 Ritorno Etosha park -> Windhoek – 550 km
Ci svegliamo accolti da una seconda gomma a terra e benediciamo il giorno in cui abbiamo deciso di richiedere la fornitura di una doppia ruota di scorta al noleggio. Decidiamo tuttavia di riparare la gomma per non rimanere sforniti durante il lungo viaggio che ci attende per rientrare a Windhoek. La riparazione richiede un bel po’ di tempo a causa di un servizio inesperto e ci costringe a ripartire di buona lena senza godere di altri avvistamenti. All’uscita del Von Lindequist Gate accettiamo la richiesta di una poliziotta di dare un passaggio alla madre, carica di pacchetti pesantissimi. Su richiesta, lasciamo la donna completamente sola al bivio con la strada principale, dopo un tragitto surreale passato in assoluto silenzio. La strada per Windhoek è lunga, sonnacchiosa e solitaria e ci permette di riconnetterci alla realtà africana costeggiando baraccopoli dismesse, popolate da bambini giocosi e sorridenti che ci stringono il cuore. Dopo aver discusso con un poliziotto di dubbia natura e fatto un salto al Namibia Craft Center per un paio di acquisti artigianali, arriviamo al noleggio giusto in tempo per la riconsegna dell’auto. Raggiungiamo a piedi l’ostello blindato Chameleon Backpackers che ci accoglie con una piccola oasi in una città a tratti ostile. Dopo una lettura rilassante a bordo piscina e due chiacchiere per condividere le nostre avventure con alcuni giovani avventori, ceniamo in ostello con una pizza dal sapore esotico.
Il giorno seguente usufruiamo del passaggio in aeroporto fornito dall’ostello e ripensiamo al grandioso viaggio che portiamo sulle spalle. Il peso emotivo del viaggio è a tratti insostenibile, ha ridimensionato il nostro mondo, le nostre certezze e le nostre ambizioni. Ci ha aperto gli occhi su cosa significhi essere delle piccole gocce dimenticate in un oceano oligarchico, costrette ad abbassare costantemente la testa davanti ad un padrone ingrato. Tornati a casa capiamo che stiamo sperimentando il tanto citato mal d’africa quando piangiamo gettando le briciole rimaste sulla tovaglia perché non c’è nessuno a raccoglierle.
Quando gli elefanti combattono,
sono i fili d’erba a soffrire.
Proverbio africano
ASPETTA, non scappare via così! Se hai letto fino a qui suppongo che tu abbia trovato l’articolo interessante. Ti andrebbe di farmi sapere quanto hai apprezzato con un clap, un like, un commento o magari una condivisione? Mi farebbe davvero piacere.
E se ti va puoi metterti in contatto direttamente con me tramite la sezione Contatti o seguirmi su Instagram.
A presto e Buon viaggio!!
Chiara










Rispondi